Tiago della Vega è il nome d’arte di un chitarrista brasiliano balzato agli altari della cronaca dopo aver eseguito il “Volo del Calabrone” di Nikolai Rimsky-Korsakov a 320 bpm. Tale impresa gli ha permesso di essere riconosciuto dal Guiness World Records come il chitarrista più veloce del pianeta.

Il riconoscimento, seppur sorprendente e prestigioso, deriva da una lunga sfilza di anni di studi sullo strumento. Infatti, il virtuoso brasiliano aveva appena cinque anni quando ha preso in mano per la prima volta una chitarra classica, passando poi in fretta alla versione elettrica dello stesso strumento e all’ingresso al conservatorio. Dopo aver militato in varie formazioni metal brasiliane, Tiago ha sfruttato la popolarità ottenuta girando il mondo per effettuare lezioni e seminari ed è giunto finalmente alla pubblicazione del suo primo disco solista, “Hybrid”. Il suo debutto come sempre accade in questi casi, è un concentrato di virtuosismi alla sei corde (sette in questo caso visto che il musicista sudamericano usa una Andrellis Tdv a 7 corde e 24 tasti), che spazia tra vari generi e, (è bene premetterlo), non è nemmeno un disco metal nella sua accezione più rigida. Al contrario, il guitarman passa dalla introduttiva “Bugus” dal sapore mediorientale, allo slow rock melodico della successiva “Destiny”, al fusion di “”Distant Dreams”, senza ovviamente dimenticare di strizzare l’occhio all’heavy metal nell’hard rock roccioso di “Lost” e negli accenni power di “Violet Rose”. Non poteva mancare inoltre, per gli appassionati dei guiness, l’episodio che gli ha permesso di ottenere la fama mondiale: “Il volo del Calabrone”.

Hybrid” è un lavoro solista con tutti i pregi e i difetti che ne derivano; riesce sicuramente a mettere in mostra le impressionanti qualità tecniche di Tiago Della Vega che dimostra di essere un genio naturale della chitarra, ma allo stesso tempo in qualche frangente si notano inserimenti affetti da virtuosismo esasperato che appesantiscono le trame dei brani. Tuttavia, questo è un peccato comune a molti suoi colleghi, (tutti a parte Buckethead e in parte Malmsteen), e quindi perdonabile. Detto questo “Hybrid” resta una perla di tecnica sopraffina apprezzabile sopratutto agli appassionati della sei corde. Per tutti gli altri suggeriamo comunque un ascolto, ma con cautela.



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